1801, il Concordato, PARTE III
 
15 luglio 1801
IL CONCORDATO
PARTE III
Ma andiamo con ordine e facciamoci raccontare dal Cardinale ciò che, invece, non abbiamo mai letto, né mai leggeremo nei libri di scuola o nei libri storici. Sappiamo che la Storia ufficiale non si alimenta dei “particolari”!
Quali fatiche, angoscie e vicende accompagnassero questa amarissima e difficilissima commissione! Giunto a Roma ai 3 di luglio del 1800 il S. Padre proveniente da Venezia, dove era stato eletto in Sommo Pontefice nel Conclave ivi tenuto, e rendutigli i suoi Stati dalle due Corti di Napoli e di Vienna, che li avevano occupati nella occasione dei rovesci delle Armi Francesi in Italia, ebbe grande motivo di temere al momento una nuova perdita e di essere nella necessità di cercare altrove un asilo, per effetto della grande vittoria di Marengo, con cui il Primo Console della Repubblica Francese Napoleone Bonaparte riacquistò quasi tutta la Italia in un solo giorno.”
Napoleone, tornato dall’Egitto, era sceso fulmineo in Italia ed aveva battuto a Marengo in una sola giornata, il 14 giugno 1800, le truppe austriache. Subito dopo aveva inviato un messaggio al Papa.
Il Cardinale Martiniana, tornato dal Conclave alla sua Chiesa di Vercelli, fece noto al S. Padre, che nella occasione che il Primo Console era passato per quella città alla testa del suo esercito, lo aveva incaricato di notificare al Papa il Suo desiderio di intavolare una trattativa per gli affari di Religione nella Francia, al quale effetto chiedeva che il Papa inviasse a Torino Monsignor Spina, Arcivescovo di Corinto, col quale egli voleva in detta città abboccarsi. Fu dunque inviato a Torino il Prelato sopra nominato.
Quando l'Inviato aspettava in Torino, ecco giungergli un avviso di condursi immediatamente a Parigi, dove il Primo Console lo aspettava. Il Prelato volle aver seco un teologo, che gli servisse di aiuto e consiglio nelle materie dottrinali, e scelse il Padre Caselli. Le prime relazioni, che si ebbero dal Prelato Spina dopo qualche tempo da Parigi, non furono tali da somministrare alcun motivo di speranza di successo. Non solamente fece egli intendere che il Governo Francese non si mostrava disposto a fare un Concordato di un vero vantaggio per la Chiesa, ma riferì di più che gli erano stati presentati alcuni progetti di Concordato assolutamente inammissibili, perché affatto opposti alle massime fondamentali della Religione e alle principali leggi della Chiesa.
Il Governo Francese insisteva sulla accettazione pura e semplice del suo progetto, aggiungendo che la persistenza del Papa nel ricusarvisi avrebbe prodotto conseguenze sommamente amare non meno per la Religione, che per la stessa di lui temporale dominazione.”
Questo è l’antefatto! Sappiamo già che il Collegio Cardinalizio ha inviato “all’unanimità” il Cardinale a Parigi.
Questa idea di inviare il Cardinale a Parigi sembra che sia stata dello stesso rappresentante francese, Cacault, o, per lo meno, così l’ha fatta lui passare.
Gli pareva (al Cacault) che l'unico rimedio possibile, per sospendere intanto e poi sicuramente impedire del tutto i minacciati disastri, sarebbe stato un mio viaggio a Parigi. Sorpreso di tale idea, io mi feci a rilevargli la impossibilità di eseguirla, essendo io Cardinale e Primo Ministro. Ma a queste ed altre difficoltà, da me affacciate, egli rispose che anzi quella stessa qualità di Cardinale e di Primo Ministro, che sembravano a me un ostacolo alla cosa, sembravano a lui i più forti titoli per farla e la più sicura caparra di non infelice riuscita.
In verità fu lo stesso Napoleone a “giocare”, attraverso l’astuto Cacault, sia Pio VII che il Consalvi, alle sue prime esperienze politiche e diplomatiche.
Il Cardinale stesso ce ne dà ingenuamente una dimostrazione, quando ci racconta che il Cacault “aggiunse anche qualche cosa, rapporto a qualche personale dote, che, mal conoscendomi, trovava in me e che la verità e la modestia non mi permettono di riferire.
Al Cardinale, pur ritenendo d’ora in poi il Cacault suo amico, rimase comunque sempre il dubbio di essere stato da lui giocato. Napoleone riuscì così, grazie al Cacault, ad avere addirittura il Consalvi, Primo Ministro e Segretario dello Stato Pontificio, a Parigi.
Il “grande scontro” si avvicinava e possiamo immaginare con quale stato d’animo, nel ricordo del caso Duphot, il Cardinale avesse viaggiato ed ora si apprestava all’incontro con il Corso.
Il Cardinale ci fa un dettagliato racconto del caso “Concordato”, ma, non potendo riportare la di lui relazione completa, composta da 40 e più pagine, ci limiteremo a citare episodi e frasi che ci aiutino a ricostruire più la sua personalità (e naturalmente quella di Napoleone) che l’episodio storico in se stesso.
Del resto il Concordato fu sì firmato, ma con grande insoddisfazione del Cardinale, giocato anche qui, e per la seconda volta, dal futuro Imperatore, con delle leggi fatte a posteriori, le cosidette Leggi Organiche.
Dopo un viaggio in soli 15 giorni da Roma, nei quali presi riposo solamente in Firenze, Milano, Torino e Lione, io giunsi nelle prime ore della notte, rifinito dalla fatica, alla capitale della Francia, ignorando sempre come fosse stata appresa la notizia del mio invio, giacché per istrada attesi sempre invano qualche riscontro della partecipazione che se n'era fatta dalla Segreteria di Stato al Prelato Spina, appena presa la risoluzione.
Io andai a stabilirmi nella locanda, dove era alloggiato il detto Prelato e il suo teologo Padre Caselli, e non trovai alcun motivo di consolazione nella relazione che mi si fece da loro della situazione in cui erano le cose.
Il primo mio pensiero nella mattina seguente fu quello di far partecipare al Primo Console il mio arrivo e dimandargli quando potevo avere l'onore di vederlo.
Io feci domandargli ancora in quale abito gradiva che io mi presentassi: questa dimanda era necessaria, perché in quel tempo l'abito ecclesiastico era in Parigi, e così pure in tutta la Francia, una cosa assolutamente fuori d'uso.
I preti vestivano come i secolari: le chiese comparivano dedicate, anziche a Dio, alla Amicizia, alla Abbondanza, al Commercio ecc., come si è accennato di sopra. Non si vedeva alcun segno esteriore di religione. Le idee republicane erano ancora in pieno possesso degli usi tutti della società. Si dava a tutti il titolo di cittadino e fu sempre dato a me ancora in tutto il viaggio, benché io comparissi con le Insegne Cardinalizie.
Io non avevo creduto di doverle mai dimettere nel viaggio, benché questa mia risoluzione fosse più dalla parte del coraggio che della prudenza.
Nella capitale però e specialmente nel presentarsi al Capo del Governo, la cosa esigeva, come è chiaro, maggiori riguardi.
Io non volevo lasciare l'abito ecclesiastico, ma non volevo esporre le Insegne Cardinalizie a qualche disgustoso avvenimento.”
Accidenti se era preoccupato! Solo che da questo momento in poi conosceremo un altro Consalvi. Un Consalvi “testardo” e pronto a ribattere colpo su colpo. Chissà, forse neanche lui conosceva questa parte del proprio carattere.
Napoleone gli fa, secondo lui, lo sgarbo di convocarlo alle due pomeridiane dello stesso giorno dell’arrivo, senza dargli il tempo di riposarsi e, soprattutto, di documentarsi, e lui cosa fa? Si presenta in abito nero, nonostante l’esplicita richiesta del Primo Console di presentarsi “da Cardinale più che potesse”, ovvero in abito rosso.
Quanto al preteso presentarmi da Cardinale più che potevo, non mi imbarazzai punto su di ciò. Decisi dunque di presentarmi nel solito abito corto nero, con le calzette, però, e berrettino e collare rosso, come vanno ordinariamente i Cardinali fuori di casa, quando non sono in funzioni e così arrivai alle Thuillerie.”





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