IL COMPAGNO BRUNACCI (1943)

IL COMPAGNO BRUNACCI 

CHE AIUTO' PERTINI, SARAGAT E MOLTI ALTRI 
AD EVADERE DAL CARCERE ROMANO.
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Inserisco in questa sezione dei "Personaggi Brunacci" un personaggio a noi, per ora, ignoto, ma che ebbe un ruolo di primo piano nell'operazione per far fuggire Pertini e Saragat dal carcere romano di Regina Coeli.
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Si tratta del "compagno Brunacci" di cui ne scopro l'esistenza solo recentemente in un articolo pubblicato nel sito dell'ANPI, a cui ho scritto per avere ulteriori informazioni.
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In questo articolo, scritto a guerra finita da Giuliano Vassalli e Massimo Severo Giannini, leggo che
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"Il compagno Brunacci, che aveva già per nove mesi fornito tutte quelle falsificazioni che permisero tante liberazioni, riprodusse in più esemplari perfettamente imitati il modulo di scarcerazione e fabbricò i timbri del detto tribunale militare."
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L'articolo si intitola: "Quando liberammo Pertini e Saragat dal carcere nazista".
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Nell'intestazione leggo:
"Agli atti del processo contro il comandante della polizia nazista di Roma Herbert Kappler (condannato all’ergastolo per la strage delle Ardeatine) sono raccolti anche una lunga serie di ritagli di giornali editi dopo la liberazione di Roma da parte degli alleati. Tra questi uno pubblicato dal quotidiano socialista Avanti!, a proposito della liberazione dal carcere romano di Regina Coeli, con un’azione complessa e rischiosissima, di Sandro Pertini e Giuseppe Saragat che poi diventeranno presidenti della Repubblica. L’articolo dell’ Avanti! è stato pubblicato nel secondo volume del processo Kappler, edito da l’Unità il 30 aprile 1994. Eccone il testo."
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Possiamo oggi parlare di un episodio drammatico della Resistenza e della lotta partigiana. Intendiamo riferirci alla evasione da “Regina Coeli”
di Alessandro Pertini e Giuseppe Saragat (membri dell’Esecutivo del Partito Socialista) e di cinque altri compagni.
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Dalla metà di ottobre 1943, da quando i nostri compagni erano stati catturati dai segugi di Bernasconi (a cui in quell’occasione per puro caso
era sfuggito Pietro Nenni), essi giacevano a “Regina Coeli”.
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L’organizzazione segreta era riuscita a sottrarli per qualche tempo alle ricerche
delle SS tedesche facendo passare il loro incartamento processuale alla giustizia militare “italiana” e a farli passare dal 3° al 6° braccio
del carcere.
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Ogni giorno si formulavano progetti di audaci evasioni per realizzare quella liberazione che si rivelava sempre più necessaria per
la vita del Partito. A  un certo momento l’impresa fu assunta dall’organizzazione militare cittadina capeggiata da Peppino Gracceva e Giuliano
Vassalli, che più tardi dovevano sfuggire alla fucilazione per il rotto della cuffia.
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Subito dopo lo sbarco degli Alleati ad Anzio e Nettuno,
si intensificarono le partenze dei detenuti per il nord e sembrando giunto il momento di agire senza indugio, fu deciso di operare audacemente,
valendosi della frode.
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Filippo Lupis, facendo capo al patriota Gala, agente di custodia addetto all’Ufficio matricola di “Regina Coeli”, procurò il modulo originale
usato per gli ordini di scarcerazione e i timbri del Tribunale militare di Roma.
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Il compagno Brunacci, che aveva già per nove mesi fornito tutte quelle falsificazioni che permisero tante liberazioni, riprodusse in più
esemplari perfettamente imitati il modulo di scarcerazione e fabbricò i timbri del detto tribunale militare.
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Occorreva riempirli, ma era necessario avere i dati anagrafici di ognuno degli scarcerandi coimputati nel processo contro Pertini, Saragat e
Luigi Andreoni. L’impresa non era facile ma il caso aiutò. Il fascicolo, infatti, si trovava momentaneamente, anziché al tribunale militare territoriale di Roma, presso la Procura generale militare del tribunale supremo, ove un ufficio per i rapporti con la giurisdizione militare tedesca doveva procurare le traduzioni dalla lingua tedesca alla italiana di quegli atti istruttori che erano stati compiuti dalla polizia
germanica.
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Allora due compagni, Massimo Severo Giannini e Giuliano Vassalli, che erano stati in servizio presso gli uffici della Procura fino all’8
settembre, fino cioè al passaggio di questi sotto la dominazione nazista, poterono provvedere all’uopo. Ripresentatisi all’ufficio suddetto, si dimostrarono disposti a collaborare, data la loro conoscenza della lingua tedesca, e, assunti, furono loro assegnati alcuni fascicoli
processuali da tradurre.
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L’incartamento Pertini, Saragat e compagni, tornato al Vassalli, poté così venir sottratto alla falsa giustizia di coloro che, con l’obbedienza
alla “repubblica” mussoliniana e la collaborazione coi tedeschi, si erano messi fuori della legge umana.
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Furono in tal modo preparati (dal compagno Brunacci) sette ordini di scarcerazione per i coimputati: Alessandro Pertini, Giuseppe Saragat,
Luigi Andreoni, Torquato Lunedei (arrestato perché scambiato per Nenni e unito poi al processo degli altri come socialista), Ulisse Ducci, Luigi Allori e Carlo Bracco. Il motivo della scarcerazione da scriversi sul modulo, studiatissimo, era stato scelto quello che presentava
maggiori probabilità di riuscita e cioè “perché concessa la libertà provvisoria”.
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Siamo al momento più emozionante. Il pomeriggio del 24 gennaio gli ordini di scarcerazione con la firma perfettamente imitata furono portati dalla signora Monaco, moglie del medico del carcere, all’agente di custodia Schlitzer di guardia al centralino, con la raccomandazione di inoltrarli subito al direttore del carcere comm. Canetta, che era stato preavvisato dal dottor Monaco della ottenuta
libertà provvisoria, con la preghiera di provvedervi la sera stessa.
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Ma il Canetta, in considerazione del coprifuoco, ormai prossimo, voleva
rimandare la scarcerazione al dimani; in seguito, però, alle insistenze dei coniugi Monaco, si dimostrò propenso a cedere alla richiesta, ma fece presente che sarebbe stata necessaria in ogni caso una telefonata alla Questura, alla quale gli scarcerandi dovevano essere accompagnati per firmare i rispettivi cartellini ed essere rimessi in libertà. Occorreva, dunque, simulare la telefonata da un telefono esterno al carcere.

E a ciò provvide prontamente e audacemente Marcella Monaco, accompagnata da Filippo Lupis e Peppino Sapiengo.
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Senonché il caso volle che in quel momento, essendosi improvvisamente verificato un guasto, nessuno dei telefoni esterni del carcere
funzionasse; fu deciso di tentare al telefono della caserma della P.A.I. in Trastevere, che era collegata col centralino della Questura
Centrale, e dove il partito aveva un simpatizzante fidato nel tenente Vito Maiorca.
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I tre uscirono a gran velocità (erano le 18,35 e il coprifuoco scadeva in quei giorni alle 19), marciando verso Santa Maria in Trastevere.
Giunti alla caserma, mentre la signora Monaco tratteneva il Maiorca nel corridoio facendogli comprendere che l’Avv. Lupis doveva fare una telefonata di carattere riservato a una signora, quest’ultimo si faceva dare dal centralino della caserma quello della Questura al quale diceva di aver bisogno di parlare, sul filo interno di questa, col carcere di “Regina Coeli”. Così si fece dare l’ufficio matricola al quale comunicò
che, appena i sette ordini di scarcerazione fossero giunti, gli imputati dovevano essere “messi tutti alla porta”.
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I tre, tornati a “Regina Coeli”, si recarono a conferire col direttore, il quale nel frattempo era stato avvertito dalla telefonata ricevuta
dalla Questura e da lui ottennero l’immediato rilascio insistendo sul fatto che le famiglie dei detenuti erano già state avvertite e che quindi
stavano aspettando con estrema ansietà. Dopo un’ora e mezza di trepidante attesa, i sette liberati uscirono finalmente da “Regina Coeli”.
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L’impero della legge era stato restaurato. La banda di malviventi di Bernasconi e di altri fuori legge fascisti perdevano una delle prede più gelose. Suprema beffa alle autorità naziste e repubblichine: alcuni dei liberati cenavano la sera stessa a casa Monaco, dentro “Regina
Coeli”, e là trascorrevano, in attesa del giorno, la prima notte dopo la liberazione!
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Qualcuno poi andava a nascondersi per far perdere le
proprie tracce; Pertini, Saragat e Bracco riprendevano immediatamente il loro posto di combattimento affrontando di nuovo senza tregua i pericoli della cospirazione e della Resistenza.
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Nei mesi seguenti, che furono i più duri della dominazione nazifascista, l’avvenuta liberazione dette molto da fare alla Gestapo e alle
autorità repubblichine, ma nessuno dei liberati del processo Pertini poté essere riacciuffato, malgrado le insidie di ogni specie loro tese."
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Per leggere l'articolo originale, cliccare su:
IL COMPAGNO BRUNACCI.
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Leggere su Wikipedia altre informazioni su
GIULIANO VASSALLI e MASSIMO SEVERO GIANNINI.
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Per quanto riguarda l'identità del compagno Brunacci, sto facendo delle ricerche.
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Per ora ho trovato soltanto un "partigiano combattente" nato a Firenze il 3.2.1889, che si chiamava Brunacci Alberto e che sicuramente è già registrato in questo sito. Sappiamo che a Roma vivevano dei Brunacci fiorentini, ma che sia proprio Alberto la persona in questione non lo sappiamo. Aspettiamo la risposta dell'Anpi.
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Ho scritto, quindi, subito all'ANPI, ma solo da pochi giorni ho avuto la seguente risposta (che mi invita ad andare all'Archivio di Stato, all'EUR):
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"19 febbraio 2014- Caro Brunacci, per la sua ricerca non possiamo che suggerirle di contattare l’Archivio Centrale dello Stato. Il riconoscimento dello status di partigiano o patriota era infatti di competenza esclusiva dello Stato italiano, non dell’ANPI. Per questa ragione, titolare di ogni documentazione era il ministero della Difesa - Servizio per il riconoscimento qualifiche e ricompense ai partigiani. Il riconoscimento dell’attività di combattente della Resistenza era valutato da apposite Commissioni regionali (stabilite con decreti e leggi). Anni fa, tutti la documentazione organizzata per regioni è stata versata all’Archivio Centrale dello Stato e, in attesa di inventario, non era consultabile se non dagli stretti  familiari. Non sappiamo, oggi, a che punto sia l’inventario. Questo l’avviso pubblicato allora sul sito internet dell’Archivio Centrale dello Stato, relativo al Fondo ‘Ufficio per il servizio riconoscimento qualifiche e per le ricompense ai partigiani (Ricompartigiani)’. “Si comunica che il fondo archivistico ‘Ufficio per il servizio riconoscimento qualifiche e per le ricompense ai partigiani (Ricompartigiani)’, composto di circa 4.500 faldoni, versato dal Ministero della Difesa, D.G. per il Personale Militare, all'Archivio Centrale dello Stato nel maggio 2012, può essere consultabile, attraverso il funzionario archivista responsabile, per ricerche mirate su singole persone a partire da Settembre 2012. Per ricerche sistematiche si dovrà attendere che vengano avviate fino a compimento le operazioni di ricondizionamento del fondo archivistico, riordinamento e inventariazione”. Ecco i recapiti dell’Archivio Centrale dello Stato - Piazzale degli Archivi, 27 – 00144 ROMA - Tel. del Centralino: 06 545481. Un cordiale saluto. La Segreteria Nazionale ANPI."

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LA RICERCA CONTINUA!
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Come suggerito dall'ANPI, venerdì 28 febbraio 2014, sono andato all'Archivio dello Stato all'EUR, dove, con mia grande sorpresa, ho trovato un fascicolo facente riferimento alla richiesta di riconoscimento della qualifica di "PARTIGIANO" da parte di Giorgio Brunacci, nato a Roma il 16 novembre 1920 e che noi ben conosciamo.
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Infatti, questo "Giorgio Brunacci" lo abbiamo già inserito nel nostro elenco di "Personaggi".
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Vedere in: http://www.brunacci.it/giorgio-brunacci--1920-1991--traduttore.html
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Mi sono rivolto ad Alessandro Matteini, la cui madre, oggi 90.enne,  ha conosciuto personalmente il Giorgio Brunacci drammaturgo, di cui stiamo parlando. 
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La risposta è stata la seguente:
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"Ho appena telefonato a mia madre (novantenne, ma ancora abbastanza attendibile) che mi ha riferito quanto segue. Lei conobbe Giorgio negli anni '46 - '47 quando si trovarono colleghi (insieme ad Argia) alla Montecatini. Giorgio era del '20 e la sua giovane età non ci induce a ritenere fosse così esperto e così addentro alle tecniche; inoltre, non risulterebbe sia stato tipografo né che avesse a disposizione apparecchiature tipografiche."
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Come pensavo, durante la guerra, Giorgio Brunacci era appena un ventenne e, quindi, non poteva essere lui "il compagno Brunacci che salvò Nenni e Saragat e molti altri".
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Nella stessa domanda presentata da Giorgio Brunacci, egli non fa alcun riferimento a questi episodi. Credo che dovrò tornare all'Archivio di Stato per vedere se vi sia un altro fascicolo intestato ad un altro Brunacci partigiano.
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Intanto, però, per provare quanto sopra, secondo il sottoscritto ed anche di chi lo ha conosciuto personalmente, riporto sia la scheda che la domanda trovata nel fascicolo di Giorgio Brunacci.
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SCHEDA N. 11262
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Partigiano
Brunacci Giorgio di Alberto e di Maria Vedana.
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Nato a Roma il 16/11/1920
Formazione: P.S.I.
Funzione: gregario
Periodo di appartenenza: 8/9/1943-5/6/1944
Certificato prot. 05242 del 2/7/1947
ritirato da Giorgio Brunacci
Via di Villa Emiliani 7, Roma.
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Nella seduta del 29/8/1948
gli è stata riconosciuta la qualifica partigiana di Capo Servizio dall'8/9/43 al 5/6/44
Grado: CAPITANO
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DOMANDA
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Alla
Commissione Regionale per il Lazio
per il Riconoscimento della
Qualifica di Partigiano e Patriota
ROMA
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Il sottoscritto Brunacci Giorgio di Alberto, nato e domiciliato a Roma,  7, si pregia di portare a conoscenza di codesta Commissione quanto segue:
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Durante il periodo dell'occupazione tedesca di Roma, il sottoscritto fece parte dell'organizzazione militare del P.S.I. alle dipendenze di PEPPINO GRACCEVA.
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Si occupò con "RAFFAELE" (uno dei trucidati della Storta) dell'Organizzazione della IV zona del P.S.I. (Prati, Delle Vittorie, Trionfale, Aurelio) e, quindi, del rifornimento di armi (che tenne anche nella propria casa), della distribuzione di materiale di propaganda (in particolar modo dell'AVANTI), di cui provvide personalmente al trasporto nei centri di smistamento.
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Si occupo' anche del collegamento con le Organizzazioni degli altri partitti, collegamento che aveva luogo nel negozio dell'ebanista NORMA del P.d'A., fucilato poi dai tedeschi.
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Negli ultimi mesi della occupazione di Roma, si dedicò all'occultamento e all'assistenza a prigionieri alleati evasi o a piloti alleati abbattuti nel cielo di Roma.
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Nell'esplicazione di questa attività, collaborò con la Cellula Comunista di Monte Mario, con il Principe COLONNA (nella cui tenuta a Monte Mario venivano accolti prigionieri e piloti alleati), con la Sig.ra IDA PALOMBI, Segretaria di CLAUDIO ROCCHI, allora del partito d'Azione.
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In considerazione di quanto sopra, il sottoscritto chiede a codesta Commissione che gli venga riconosciuta la qualifica di PARTIGIANO.
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Con Osservanza
Giorgio Brunacci
Roma, 14/1/1947
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LA RICERCA CONTINUA!
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