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Preparazione del Conclave

PREPARAZIONE DEL CONCLAVE
Questo è un capitolo molto interessante, perché il Cardinale ci racconta in prima persona quello che normalmente avviene in un Conclave, o che per lo meno “avveniva” 200 anni fa.
Ercole Consalvi, quindi, viene eletto Segretario del Conclave e, come abbiamo già visto, egli, pur avendo soltanto 43 anni, era già un uomo di potere molto conosciuto e rispettato.
L’essere Giudice della Sacra Rota e l’essere contemporaneamente anche Assessore Militare gli conferivano quella visibilità e potere da poter ormai fare a meno dei suoi tutori come lo zio Filippo Carandini ed il Cardinale di York, che comunque erano ancora lì, pronti a far la loro parte.
Questo potere, unito alla sua indubbia intelligenza e preparazione, dovuta alla pratica di essere Giudice, e la sua indubbia capacità di manovrare la volontà altrui, pratica affinata durante la carica di Assessore Militare, lo avevano convinto che il miglior modo di contare sempre di più, era quello di rendersi indispensabile.
Come vedremo sarà proprio questa sua tattica che lo porterà velocemente alla carica di Segretario di Stato. Non si tratta di pura ipotesi, bensì sarà proprio lui che ce lo rivela nelle sue memorie.
Guardate come “semina bene”, rendendosi indispensabile anche per il futuro, già nell’episodio delle lettere da inviarsi ai Sovrani per comunicare sia la morte di Pio VI, che l’apertura del Conclave. Prima dà mandato ad altri di prepararle, poi si dichiara insoddisfatto e le prepara, quindi, di suo pugno. Bella mossa!
Si deve anche aggiungere che le circostanze particolari di quel Conclave lo rendevano, relativamente allo scrivere alle Corti estere, diversissimo dai Conclavi ordinarii, nei quali una lettera di asciutta partecipazione della morte del Papa, con qualche frase in sua lode, basta per tutti e conviene a tutti, onde si riduce ad una circolare semplicissima e comunissima. Ma in quel Conclave la cosa era ben altra che questa. Il Re di Napoli, dopo la capitolazione fatta coi Francesi, si era impadronito di Roma e dello Stato fino a Terracina. L’Imperadore di Germania si era impadronito di tutto lo Stato dalle porte di Roma fino a Pesaro. Egli aveva anche occupate le tre Legazioni involate alla S. Sede nella così detta pace di Tolentino. Il Re di Spagna si era permesse innovazioni gravissime a danno della autorità pontificia, appena udita la morte del Papa.
Il Conclave si teneva in casa altrui, dominando in Venezia l’Imperadore di Germania. Così pure dicasi di varie altre Corti che si trovavano con la S. Sede in rapporti tutti diversi dai soliti ed ordinarii. È chiaro che non si poteva scrivere una stessa lettera a tutti e non si poteva non dire a ciascuno qualche cosa che avesse rapporto con le particolari sue relazioni di quel momento con la S. Sede. Atterrito da tale aspetto delle cose e diffidando a ragione di me stesso, cercai un aiuto. Mi fu detto che potevo trovarlo in un bravo ex-Gesuita che era in Venezia. Corsi a raccomandarmegli, ma mi atterrì 1’imbarazzo in cui lo vidi all’aspetto della difficoltà della cosa.
Pure si convenne di unirci insieme, all’ingresso della notte, e di provare in separate stanze a qual dei due la cosa riescisse men male. Si incominciò dalla lettera meno difficile, quella cioè di chiamata al Conclave dei Cardinali assenti. Allorché io, avendola terminata, andai alla stanza dell’altro a mostrargliela, trovai che aveva fatto appena poche righe e non buone ed egli stesso atterrito dalla difficoltà maggiore della parte principale del lavoro, cioè delle lettere ai Sovrani, protestò che non gli era possibile di favorirmi in una cosa che non era del suo mestiere.
Disperato io dal non sapere a chi rivolgermi e stringendosi il tempo dell’intardabile invio dei corrieri alle Corti, dovei risolvermi con la massima agitazione dell’animo a far da me. Passai due notti e un giorno al tavolino e terminai il lavoro che ebbe la fortuna di piacere al Card. Decano ed ai principali fra i Cardinali, ai quali lo posi sotto degli occhi, e fu fatta la spedizione.”
Ora è chiaro che tutti quei Cardinali, che avevano esaminato il suo lavoro e che si erano compiaciuti della bontà dello stesso, erano tutti dei potenziali Pontefici, come appunto il Cardinale Chiaramonti. E’ chiaro, quindi, che chiunque di questi Cardinali fosse stato eletto Papa avrebbe poi continuato a servirsi di una persona capace e brava come dimostrava di essere appunto il Consalvi.
Io non visitai mai alcun Cardinale, che per i soli doveri dell’officio. Eccettuato il Card. Decano e il Card. Duca di York, a cui mi legavano tanto antichi vincoli, e il Card. Carandini mio zio, non andavo da altri Cardinali che dai 3 Capi d’Ordine, che, come è noto, si succedono per turno.”
Non visitava alcun Cardinale, “eccetto” quelli che contavano più di tutti. Naturalmente “per lavoro”!
Un’altra cura gravissima fu il preparare il Conclave. Tutti erano nuovi e tutto mancava. Ogni cura, ogni pensiero e ogni responsabilità piombò sopra di me. Io non ebbi altro aiuto che di un solo copista, a differenza degli altri Conclavi. Non profittai dell’assegnamento solito a percepirsi dal prelato Segretario del Conclave per il suo mantenimento e della sua segretaria e mantenni me stesso e il copista a mie spese.”
Questa poi! Va bene mantenere se stesso, ma addirittura il copista! Insomma si rese talmente indispensabile in quei tre mesi e mezzo, ovvero dal 30 novembre 1799 al 14 marzo 1800, che a quel punto tutti i Cardinali, nessuno escluso, facevano riferimento soltanto a lui. Così tanto che incominciarono a chiedergli di preparare in anticipo le lettere da inviare ai Sovrani per comunicare loro l’avvenuta elezione del Pontefice. Qualunque “amministrativo” le avrebbe preparate senza fiatare. Lui, invece, no!
Molto meno niun Cardinale poté dire che, o direttamente o indirettamente, in tutti quelli tre mesi e mezzo, io dicessi o facessi dire a qualunque di loro una sola parola sul mio conto. Una prova del mio tenermi fuori da tutto ciò che non fosse obligo del mio impiego e che potesse avere qualche relazione al tempo posteriore alla sua durata, fu ciò che accadde per le lettere di partecipazione ai Sovrani della elezzione del nuovo Papa.
Verso il fine del Conclave, quando si incominciò a vedere che o in uno o in altro modo se ne avvicinava il termine, qualche Cardinale mi disse di pensare a preparare tali lettere, che dovevano spedirsi, com’è noto, nel giorno stesso della elezzione.
Risposi che io ero Segretario del Conclave e che perciò ogni cosa posteriore al termine del Conclave, il quale finisce al momento che si fa il Papa, mi era estranea, e che perciò non volevo occuparmi di tali lettere acciò non si credesse che io volessi, come suol dirsi, ingrazianirmi col nuovo Papa e farmici un merito, onde che le lettere si farebbero da quello a cui il Papa le ordinerebbe. Niuna insistenza valse a smuovermi dal mio proposito.”
Un modo come un altro per dire che lui ne era comunque capace. In pratica, se i Cardinali, tra cui il futuro Papa, non ci avevano pensato, lui ce li aveva portati con molto “tatto”!
Ma Mons. Ercole Consalvi non si ferma qui. Ad un certo punto si accorge che poteva addirittura influire sulla elezione del Papa. E ci prova veramente! Non solo ci prova, ma ci riesce anche!
Nel frattempo, l’11 gennaio (1800) si lamenta con lo zio Girolamo che il Papa ancora non si faceva:
“Noi qui sempre al solito. L’elezione del Papa non si fa ancora. Dio sia quello che ne tolga gli impedimenti. Io la smanio. Ieri mattina qui morì il Santo Patriarca di Venezia. Il dolore è veramente universale.
Nella stessa lettera dell’11 gennaio, egli si rallegra con lo zio della liberazione del primogenito, approvando il progetto di inviarlo “un qualche poco in Ferrara, fuori dalla Patria”. Nei saluti egli da buone notizie sullo zio Cardinale Filippo ed anche su un altro Cardinale, il Livizzani, anch’egli imparentato con i Carandini.
Nell’indirizzo leggiamo che lo zio, il Marchese Girolamo Carandini, in quel tempo a Modena era “Consigliere di Stato”.