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PRATOVECCHIO (AR)

IL FANTASMA DI MORENA
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Dopo Michelangelo e Galileo (ved. nella sez. “Famiglie“), anche un “fantasma” fa la sua apparizione nella Famiglia Brunacci.
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In una ricerca sul Castello di Morena, nel Comune di Pratoveccio (AR), di Mario Da Monte, scopro che la Famiglia Brunacci fiorentina già nel ‘300 aveva possedimenti in zona. Vedremo di fare delle ricerche storiche sui Brunacci anche in questo paese.
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Allego qui di seguito il divertente incontro che Brunaccio de’ Brunacci ebbe con un prete che vagava da anni alla ricerca della pace eterna.
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Non è la prima volta che trovo dei divertenti racconti riguardanti la Famiglia Brunacci.
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Vi invito a rileggere la storia del il ballo a casa Mastiani-Brunacci di Stefano Borselli.
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Cliccare su IL FANTASMA DI ROMENA per leggere questa nuova storia raccontataci da Mario Da Monte.
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Riporto la stessa storia anche qui di seguito:
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Mario da Monte
II Castello di Romena

e il suo distretto
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IL FANTASMA DI ROMENA
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II racconto o leggenda che stiamo per esporre si riferisce alle apparizioni dei fantasmi. La vecchia gente di Romena le raccontava in due versioni, una che collocava l’avvenimento nella Pieve e l’ai tra, che invece lo poneva nella cappella delle Torri dedicata a S. Maria Assunta.
 
Noi preferiamo la seconda versione e la riportiamo dando, anche se brevemente, la descrizione della chiesa, oggi non più esistente, ricavandola dalla relazione redatta dal pievano di Romena alla fine del 1700.
 
La cappella si trovava nel Cassero del castello ai piedi della Torre più alta, attigua al Palazzo comitale ed aveva, oltre all’altare maggiore, consacrato e dedicato a Maria Assunta, altri quattro altari laterali ed il pulpito dal quale, teneva le sue prediche, il quaresimalista della comunità di Romena.
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Nel pavimento della stessa si trovavano cinque sepolcreti o avelli dei quali tre, mancanti di lapidi, per essere state asportate in tempi remoti, ma che, almeno, per antica tradizione, si attestava che fossero dei conti Guidi.
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Gli altri due avelli erano di pertinenza, l’uno della Compagnia di S. Egidio e, l’altro dell’estinta famiglia Spigliantini.
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La cappella gentilizia, passato il castello al comune di Firenze, venne a trovarsi tra le case coloniche, che furono costruite nel cassero deturpandolo, ma dando ai contadini e pigionali che vi abitavano, la sicurezza proveniente dall’isolamento e dal fatto di essere uniti in un’area limitata.
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Contigua alla cappella esisteva anche l’abitazione del cappellano formata da ben otto stanze. Talvolta, la chiesa restava aperta anche la notte, pur essendo ornata da alcuni quadri di notevole valore, fra i quali uno rappresentante S. Lazzaro, vescovo di Marsiglia, con a destra S. Lucia e S. Caterina mentre, a sinistra, figuravano S. Maddalena e S. Marta. Il quadro recava nella cornice lo stemma della famiglia Spigliantini di Romena: una testa di montone con corna attorcigliate e tre palle color oro in campo azzurro.
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Una sera Brunaccio de’ Brunacci, contadino possidente, rientrava a casa a notte fonda, notevolmente ubriaco ed euforico, per aver partecipato ad una riunione conviviale con amici, al par di lui discoli, ai quali piaceva dedicarsi agli arrosti di cacciagione, affogandoli in un ottimo vino, che facevano “in comunella”, scegliendo le migliori uve delle loro vigne, e non peritandosi neppure di staccare, i più bei grappoli maturi e succosi, nelle vigne altrui; si trattava in definitiva di “buoni peccatori” che, “calando” in città per i loro affari, non disdegnavano la frequenza di donne allegre con cui passare la serata.
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Una volta all’anno, risciacquavano l’anima affidandosi al quaresimalista, non volendo raccontare i fatti loro, o meglio i loro trascorsi, né al Pievano di S. Pietro né al cappellano di S. Maria alle Torri che avevano cura delle loro anime: era troppa l’abitudine di incontrarli e stare insieme per potersi confidare, anche se in confessione, su passatempi poco degni di “Priori” e consiglieri della Compagnia di S. Egidio.
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Brunaccio dunque, il cappello piantato all’indietro sulla nuca, a lasciar prendere aria alla fronte e luce degli occhi, leggermente traballante sulle gambe, rasentava i muri del cassero e delle case, tastandoli con le mani, per sorreggersi e per assicurarsi del percorso.
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Giunto alla cappella di S. Maria Assunta, la mano che ispezionava il muro, incontrò la porta che, non essendo chiusa, si aprì sotto la pressione, quasi invitando Brunaccio ad entrare.
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Fosse per accogliere l’invito, che prometteva finalmente sonno e riposo, o perché avesse scambiato la chiesa per la sua casa, posta poco più avanti, Brunaccio entrò fermandosi in “detta” chiesa, davanti al pulpito al quale si accedeva tramite una stretta scala, ascesa la quale, il nostro ubriaco, si sdraiò o cadde sdraiato, addormentandosi profondamente.
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Brunaccio dormì un sonno totale da ubriaco, e non sentì i tocchi della mezzanotte, suonati dal campanile di Pratovecchio, e trasportati dal vento fino alle Torri; non udì, ma le sue palpebre furono colpite, dal chiarore che scaturiva dalle candele accese sull’altare maggiore, e i suoi orecchi percepirono il suono della campanella della porta di sacrestia, che annunciava l’entrata del sacerdote, per la celebrazione della messa.
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Ancora intorpidito, nel cervello e nel corpo, dai bagordi della serata, si alzò faticosamente in piedi, appoggiandosi alla balaustra del pulpito, e vide un sacerdote, riccamente parato, che incedeva, lento e solenne, verso l’altare, dove giunto, pronunciava, con voce sommessa ma chiara, in una sorta di cantilena implorante le parole: chi me la serve?
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Si trattava, evidentemente di trovare il “chierico” che assisteva il celebrante.
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Brunaccio, che tale incombenza aveva assolto più volte, senza riflettere, pensando si trattasse di una messa mattutina, di quella celebrate, nel passato, prima dell’alba, non domandandosi perché fosse in chiesa, e perché mai dovesse trovarsi nel pulpito, la terza volta che il prete implorò “chi me la serve?”, rispose sicuro: Io.
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Scese, prese una candela dall’altare, si recò in sacrestia dove indossò la tonacella e, rientrato in chiesa, inginocchiatosi ai piedi del celebrante, scampanellò per avvisare il popolo dell’inizio della celebrazione, e servì, esprimendosi in un latino ragionevole, il rito.
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La messa scorreva lenta e solenne, il prete pareva non aver fretta, ed a Brunaccio parve di capire che si trattasse di una messa, celebrata in suffragio dell’anima di un componente della famiglia Fiani, estintasi ormai da tempo.
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La celebrazione volgeva al termine, mentre il chierico prendeva coscienza dell’assurdità di trovarsi a servire la messa ad un sacerdote, a lui sconosciuto, che celebrava in suffragio di un’anima trapassata ormai da chissà quanto tempo.
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Col passare degli effetti del vino trovava strana una messa “detta” in una chiesa deserta, in piena notte, considerato che dalle strette feritoie, aperte nelle mura castellane, non penetrava ancora il barlume dell’alba.
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Mentre Brunaccio si trovava immerso in queste riflessioni, il prete pronunciò “l’Ite missa est” e la cappella, quasi per magia, cadde improvvisamente nel buio più assoluto mentre il celebrante scompariva veramente nel nulla; niente nella chiesa lasciava pensare che fino a pochi attimi prima si fosse celebrato, non restava nell’aria neppure l’odore di incenso o quello della cera.
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Il povero Brunaccio pensò di aver sognato: si domandò cosa mai facesse in chiesa e, fattosi sulla porta, si rese conto dalla posizione delle stelle, che erano da poco passate le due.
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La sbornia, almeno gli pareva, spiegava alcuni suoi comportamenti ma gli sembrava impossibile di aver sognato il prete e la messa, con i precisi riferimenti all’anima da suffragare: Brunaccio aveva il cuore saldo e, nell’immediatezza, tanto sonno, per cui andò a letto e dormì senza problemi.
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La mattina, mentre lavorava nei campi, riflettè sull’avventura notturna e decise di confidarsi, sperando di aver lumi, con il cappellano delle Torri, un uomo avanti con gli anni e comprensivo, che lo assolse in cuor suo dell’ubriachezza, ma che si fece attento alla descrizione della celebrazione della messa e della figura del celebrante.
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Sapeva che, la cappellanìa di S. Maria delle Torri, aveva l’obbligo di celebrare messe, in suffragio delle anime appartenenti a famiglie di benefattori, e credeva di sapere che, un suo predecessore, fosse defunto senza aver assolto puntualmente i suoi obblighi e spiegò come, in questi casi, l’anima dei sacerdoti non trovasse pace fino a quando non avesse potuto adempiere a questi doveri.
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Il sacerdote si presentava tutte le notti in chiesa, allo scoccare della mezzanotte; la difficoltà stava nel trovare chi servisse la messa per cui l’anima poteva vagare per anni o secoli o per l’eternità se un caso, strano e fortuito, non portava qualcuno in chiesa al suonar della mezzanotte.
(Il caso volle che toccò a Brunaccio de’ Brunacci!)