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Vera Sulentic

Grazie ai ricordi di un giovanissimo ragazzo, oggi pensionato, siamo in grado di raccontare gli ultimi anni, o meglio, gli ultimi mesi di vita del pittore Giulio Brunacci.

Umberto Calamita, che qui ringraziamo, ci racconta della nonna Vera, innamoratasi di Giulio, con il quale era prossima al suo secondo matrimonio.

Purtroppo la loro felicità si interruppe bruscamente.

Ma lasciamo ad Umberto il racconto.

 

 

IL SECONDO MATRIMONIO DI VERA SULENTIC
Quell’estate del 1954, papà aveva accolto il desiderio di mamma – che non faceva altro che
sbuffare per il caldo – ed aveva affittato un appartamento in campagna, a Cave, non lontano da Roma, in modo di risolvere sia le esigenze della famiglia che quelle del suo lavoro al Ministero, con la relativa vicinanza col luogo della nostra vacanza.
Praticamente tutti i fine settimana ed anche più spesso, nostro padre riusciva a raggiungerci a Cave, a riunirsi con la moglie ed i tre figli, a partecipare anche alla vita sociale del borgo, abituato ad accogliere, nella bella stagione, molti romani in cerca di frescura.
Infatti, tra i ricordi più simpatici di quella vacanza, restano le memorabili partite di nostro
padre a briscola col padrone di casa e con i suoi temporanei amici locali. Per il resto, i giorni
passavano rapidamente, tra le passeggiate, i giochi con la palla, gli scherzi con altri ragazzi del posto, le arrabbiature di mamma in costante tensione con i tre figli, la conduzione della casa, la spesa, la cucina, l’attesa del marito per il fine settimana. In effetti, per lei, la vacanza non era assolutamente tale, ma di meglio la famiglia non si poteva permettere.
In agosto, un telegramma arriva da Roma. E’ la nonna Vera, mamma di nostra madre, che
comunica laconicamente che è stata raggiunta dalla notizia della morte del marito, nonno Umberto, a Lecce.

Mamma scoppia in lacrime, non sa che fare, vuole assolutamente andare al funerale, a
Lecce, e perciò telefona a papà per farlo venire di corsa a Cave e darle il cambio nella cura dei tre figli, almeno per il minimo dei giorni necessari ad andare a dare l’estremo saluto al padre.
La situazione, che allora non avevamo mai ben compreso, almeno mio fratello ed io che
eravamo un po’ più grandi di nostra sorella che aveva a quell’epoca solo tre anni, non era molto spiegabile, con una nonna materna che viveva a Roma, cambiando spesso casa – tra l’altro, anche abitando con noi per qualche tempo – ed un nonno materno che invece era vissuto fino alla sua morte a Lecce.

Inoltre, nonna Vera era proveniente dall’Istria, da Abbazia per l’esattezza, rifugiata
da qualche anno presso la residenza della figlia, a Roma, mentre il nonno Umberto abitava a Lecce, dov’era anche il figlio Raffaele, detto Tati, e le sue anziane sorelle, Rosa ed Egle.
Questa storia, mai ben chiarita almeno finché non divenimmo più grandi, permetteva a noi
figli di fantasticare molto, di aggiungere tessere al mosaico della nostra provenienza familiare, con estrema lentezza.
Sta di fatto che, tempo tre giorni, e nostra mamma era già di ritorno dal funerale di suo
padre. Molto abbattuta, anche perché, ci raccontava, non si era mai potuta godere il piacere delle carezze di quel padre, allontanatosi dalla moglie e dalla figlia ancora a fine anni ’20. Per un quarto di secolo, nostra mamma aveva vissuto con la madre, mentre suo fratello Tati era stato sempre col padre, lontani centinaia di chilometri, con un affetto costante ma con i loro genitori separati (ma mai divorziati) inderogabilmente.
La conoscenza di nostro padre nel ’43, militare sul fronte jugoslavo durante la guerra, aveva
offerto un’opportunità col matrimonio per venire ad abitare a Roma.

A conflitto abbondantemente terminato, anche la nonna Vera aveva raggiunto la figlia a Roma, ma non ben accolta in casa, anche e soprattutto per il suo ritmo di vita, “non un buon modello per i ragazzi” come amava ripetere nostro padre.

Di fatto, la nonna si svegliava al mattino tardi, pronta per il pranzo, si truccava nel
pomeriggio, andava a passeggio sempre nella zona di Via Veneto verso sera, tornava a casa in piena notte.
Papà, uomo di sani principi, non poteva ammettere in casa questo esempio di “indipendenza” o di “sfruttamento della situazione” o di “parassitismo”, che oltretutto non aveva una sua fonte di reddito, ma viveva di quel poco che la nostra famiglia poteva permettersi di offrirle. Inoltre – cosa che ancor più dava fastidio a papà – la nonna non dava nemmeno il minimo aiuto a nostra madre, tanto più in cucina o per lavare i piatti.
Un giorno, nostro padre era tornato a casa e, tutto contento, aveva comunicato alla nonna di
essere riuscito a farle ottenere un modesto appannaggio, grazie alle tre medaglie, tra cui una d’oro, che nonno Umberto s’era guadagnato nella sua avventurosa vita, in imprese eroiche civili e militari, tra cui il salvataggio di una donna tra i gorghi del Tevere.
Le tre medaglie rappresentavano, insieme a qualche foto, quel che il nonno Umberto aveva
lasciato alla moglie, alla sua morte nel 1954. “Sì, però ora la nonna se ne deve andare via da casa nostra” aveva sentenziato papà ed in effetti Vera Sulentic preparò la sua valigia rossa ed un paio di borse in cui teneva soprattutto vecchi ricordi, foto, ciprie e rossetti, pacchetti di sigarette Camel o Gitanes, qualche pupazzo in ceramica, e se ne andò in un miniappartamento, in affitto (pagato da papà), a poche centinaia di metri da casa nostra. Nostra madre continuava, naturalmente, a vedere la nonna, a portarle da mangiare, talvolta accompagnata da uno di noi figli, cercando sempre di non far arrabbiare il marito che, pur sapendo che il legame non s’era interrotto, faceva finta di essere stato soddisfatto.
Nelle feste “comandate”, comunque, la nonna era spesso con noi, arrivando spesso in ritardo
ma facendosi perdonare avendo “imparato” a sgombrare la tavola alla fine del pranzo o della cena, anche con eccessi di zelo che facevano aumentare, piuttosto che diminuire, la rabbia di papà, il quale amava mangiare con calma, chiacchierando con i figli e con la moglie sulle varie problematiche familiari.
Gli orari della nonna e le sue occupazioni serali, per quel che ne sapevamo rubacchiando
qualche informazione dai colloqui tra i nostri genitori, continuavano.

Avevamo capito che la nonna aveva conosciuto una persona a cui si era affezionata molto, tanto che spesso aveva cominciato ad essere meno presente nella nostra casa il sabato o la domenica.

Si trattava di un pittore di Via Margutta, presso cui talvolta restava anche a dormire.
Nonna Vera, in effetti, dall’estate del ’54 era restata vedova, quindi libera di intrattenere
rapporti anche pubblici ed ufficiali con altri uomini. Almeno secondo la morale imperante in
famiglia.

Pur tra reticenze e comprensibili timidezze, era uscito fuori il nome di “Giulio” come
quello del pretendente, del fidanzato, dell’uomo che si accompagnava alla nonna.

Durante quell’inverno del ’54-’55, una delle nostre aspirazioni di nipoti era quella di conoscere di più, sempre di più, sull'”uomo misterioso”. La nonna aveva 51 anni allora, ancora una bella donna – anche se troppo truccata e profumata, secondo i nostri canoni estetici – con un modo di vestire, di comportarsi, di parlare, che si imponeva agli occhi di noi ragazzini.
Nonna Vera parlava correntemente almeno quattro lingue, mettendo in mostra il suo serbocroato nei colloqui fitti con la figlia, quando non voleva farsi capire dal resto della famiglia. Anzi, per meglio dire, nonna e mamma cominciavano i loro scambi in dialetto veneto, per poi passare al serbo-croato, ogni volta che s’accorgevano che noi avevamo le orecchie tese all’ascolto.
La lettura preferita dalla nonna era la rivista francese Elle, da cui noi ci facevamo tradurre la
striscia con le avventure di Tintin di Hergé, ogni qual volta riuscivamo ad accedere nell’antro in cui lei viveva. Stanze sempre con poca luce, saracinesca abbassata, lampada accanto al comodino spesso accesa, vestaglia vaporosa, unghie laccate ed il forte odore di cose antiche. C’era, in effetti, molto materiale per far andare in bestia nostro padre, di provenienza meridionale, di solida base morale cattolica.
La storia della conoscenza, dell’incontro tra i nostri genitori, è semplice, come quella di tante
coppie di allora. Papà, nato in Calabria in una famiglia numerosa e richiamato alle armi come giovane tenente dell’esercito regio, s’era trovato a prestare servizio ad Abbazia (oggi Opatija) come amministratore dell’ospedale militare, grazie anche alla sua laurea in Economia e Commercio conseguita a Roma.

Con i suoi amici, quasi tutti medici, era riuscito per oltre un anno di guerra a
stabilire un interessante e prolifico scambio affettivo, continuato poi per decenni. Tanto che spesso, anche a Roma, tutti gli ex colleghi dell’ospedale militare di Abbazia si riunivano in giornate memorabili costellate di pranzi, giochi, gite, scherzi.

Nel luglio ’43, papà e mamma s’erano sposati, con matrimonio civile, proprio ad Abbazia.
Mamma era nata vent’anni prima da nonno Umberto, nato a sua volta in Sicilia, e da nonna
Vera, di famiglia fiumana ma stabilitasi ad Abbazia.

I due s’erano conosciuti al termine della Prima Guerra mondiale, dove il nonno s’era distinto in azioni belliche, ed erano convenuti a nozze all’inizio del 1920.

A distanza di poco più di vent’anni l’incontro di un uomo del sud con una donna istriana s’era così ripetuto con modalità abbastanza simili.All’inizio del 1955, la nonna Vera, ormai vedova, s’era trovata ad intessere un rapporto
profondo con Giulio Brunacci, pittore di Via Margutta, autore di interessanti tele ad olio di tema soprattutto ambientale, descrittivo, dove Roma e i suoi monumenti, i suoi giardini, le sue bellezze rappresentavano il soggetto preferito.

La nonna era contenta e lo faceva vedere, sia indossando abiti più gioiosi sia con una maggiore affabilità e disponibilità verso la nostra famiglia, nelle sempre più rare occasioni di festa.
Un giorno di primavera, la mamma ci comunica che, nel pomeriggio, avremmo avuto una
visita a casa e quindi avremmo dovuto, noi figli, starcene quieti nelle nostre camere o, per lo meno, non disturbare ciò che sarebbe avvenuto in salotto.

Si può facilmente immaginare la curiosità che l’invito a starcene tranquilli stava scatenando in noi.
Papà, tornato dal Ministero alle 14.30 precise, come ogni giorno, aveva pranzato e s’era
appisolato un quarto d’ora sulla poltrona. Mamma, in cucina, stava preparando qualche buon dolcetto al forno, aiutata da me che volentieri le davo una mano per piccoli servizi, dentro e fuori casa, tanto che mio fratello mi prendeva in giro chiamandomi “cocchetto di mamma”.

Nostra sorella, ancora piccolina, quattro anni, stava attaccata alla gonna di mamma senza parlare ma guardando con i suoi grandi occhi neri tutto ciò che accadeva intorno. E poi, dalle mani o dal mestolo di mamma, si rimediava sempre un pezzo di cioccolata o di crema.
Verso le cinque del pomeriggio, il campanello suona, mamma va ad aprire e sono loro, Vera
e Giulio, ad apparire sulla soglia. A noi figli, che veniamo presentati dai nostri genitori, il “pittore” appare grande, anziano, forse un po’ appesantito dall’età.

Nostra mamma ha solo 32 anni, papà ne ha 44, ma Giulio Brunacci ne ha quasi 60, mentre nonna ne ha poco più di 50 e i nostri occhi non smettono di scrutare, verificare, fare paragoni, giudicare infantilmente questo mondo di grandi.
I due “anziani” sono un po’ impacciati, nonostante nonna sia di casa, ma ci pensa nostra
madre a sciogliere il ghiaccio portando il tè, le leccornie uscite dal forno e, soprattutto, sorrisi. Papà chiede a noi figli di allontanarci dal salotto perché loro quattro devono parlare. Noi restiamo nella stanza accanto ad ascoltare, con le orecchie tese e tanta curiosità da soddisfare.
“Ecco” dice Giulio “noi vorremmo sposarci. Come sapete già, ci vogliamo bene. Vogliamo
vivere insieme, ci conosciamo da tempo e quindi vorremmo comunicare a voi, la famiglia di Vera, la nostra decisione, chiedendovi se siete d’accordo”.
Papà dice francamente che la situazione può sembrare imbarazzante, ma se c’è l’affetto si
supera tutto. La nostra famiglia è sostanzialmente d’accordo che i due “fidanzati” facciano ciò a cui aspirano. Mamma ha gli occhi inumiditi di lacrime, ma deve contenersi per non lasciare nostro padre da solo a gestire una situazione per lo meno anomala. Anche la nonna, inizialmente timorosa, è tranquilla ed esprime con calma la sua volontà ad andare a vivere stabilmente con Giulio.
Qualche minuto dopo, mamma ci chiama e si dà inizio alla parte più interessante dell’incontro, quella riservata ai dolcetti ancora caldi usciti dal nostro forno. Giulio Brunacci ha portato una tela delle sue in omaggio.

Papà fa finta di essere un intenditore e loda la pittura ad olio rappresentante un arco di trionfo romano.
Mentre i quattro grandi chiacchierano in modo man mano più disteso, noi spazzoliamo
l’intero cabaret di leccornie.

Un’oretta dopo, Vera e Giulio si congedano salutando affettuosamente la nostra famiglia.

Da allora la nonna s’è vista ancor più di rado, presumibilmente impegnata nei preparativi di nozze, finché un giorno, all’inizio dell’estate, mamma ci avverte d’aver ricevuto dalla
nonna la notizia che Giulio è deceduto all’improvviso, lasciando Vera sola, nella casa di Via
Margutta, tra le tele dipinte e molta disperazione.
Pochi giorni dopo, nonna, vestita di nero, arriva a casa con un grande rotolo contenente oltre venti quadri dipinti da Giulio Brunacci, “ereditati” da lei.

L’appartamento di Via Margutta, tenuto in affitto per alcuni anni dal pittore deceduto, viene abbandonato e la nonna è costretta a trovarsi una nuova abitazione, sempre a poca distanza da noi.
Papà, in omaggio a Giulio, fa incorniciare più di dieci quadri e mamma li dispone in bella
vista in salotto, in sala da pranzo, nel corridoio.

La nonna non s’è più risposata ed ha lasciato questo mondo nel 1973.

Oggi i quadri di Giulio Brunacci sono divisi ancora tra noi tre figli.

 

 

Letto il suo interessantissimo racconto, chiedo ad Umberto il cognome del nonno materno “Umberto”, marito, appunto, della sua nonna.

Umberto mi invia delle date ed anche una ulteriore interessante informazione.

mia madre, Violetta Valletta (1923-2015), è figlia di Umberto (1894-1954) e Vera Sulentic (1903-1973). Umberto Valletta è nipote di Nicola Valletta (1829-1915) che partecipò alla Spedizione di Sapri

Controllo e scopro che effettivamente Nicola Valletta fu uno dei sette, fortunatamente per loro, che furono presi prigionieri nella sfortunata spedizione di Sapri del Pisacane.

Degli altri, sappiamo tutti come andò a finire!

Nicola Valletta, insieme a Giovanni Nicotera, Giovanni Gagliani, Giuseppe Santandrea, Nicola Giordano, Luigi La sala e Giuseppe De Martino, furono prima condannati a morte e poi la pena fu loro commutata dai 30 anni all’ergastolo.

Su Nicola Valletta nel 2013 fu fatta una ricerca storica da Daria De Donno, docente all’Unisalento.